testata ADUC
 ITALIA - ITALIA - Eutanasia. Pm: dj Fabo aveva diritto a morte dignitosa. Cappato replica
Scarica e stampa il PDF
Notizia 
17 gennaio 2018 15:22
 
Fabiano Antonioni, noto come dj Fabo, aveva diritto a una morte dignitosa. E quanto sostiene in aula la pubblica accusa, rappresentata dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Sara Arduini, che ha chiesto l'assoluzione di Marco Cappato, imputato per aver aiutato il 40enne milanese a morire in Svizzera con il suicidio assistito.  Rimasto tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale, Fabo resta immobile per 2 anni e 9 mesi in un letto prima dell'ultimo viaggio alla clinica Dignitas, e il pm Siciliano si chiede con una citazione letteraria 'Se questo è un uomo'. La Costituzione riconosce quelli che sono i diritti di un uomo e il diritto alla dignità apre la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, recepita dal nostro ordinamento.  "Dignità è poter essere un uomo, poter essere titolare dei diritti ma anche poterli esercitare, dignità può essere un sinonimo di autodeterminazione, forse anche sinonimo di libertà, ma la dignità è qualcosa di squisitamente soggettivo". Fabiano passa da una "vita meravigliosa prima, circondata di amori e passioni", all'immobilità in un letto. "Cosa c'è di dignitoso nell'urlare per la paura di soffocare, dipendere da una mano pietosa che ti svuota l'intestino, vivere immerso nei propri fluidi corporei non potendo controllare nulla, privato del bisogno squisitamente umano di desiderare qualcosa?. Possiamo pensare che questa situazione di dolore, di negazione, sia una vita considerabile da Fabiano dignitosa?", sono gli interrogativi della pubblica accusa. 
"Noi non possiamo permetterci di decidere cosa può essere degno per un'altra persona, questa è una violazione delle libertà personali più basilari. Questa deve essere la nostra base di partenza, qui dobbiamo parlare di autodeterminazione non solo perché c'è lo impone la Costituzione, ma perché di autodeterminazione l'Europa e la Cedu hanno parlato esplicitamente anche su casi assimilabili a questo e non possiamo ignorarlo". "Mi rivolgo - prosegue il procuratore aggiunto Siciliano - alle persone di coscienza e al principio che nessuno può essere sottoposto a un trattamento inumano, perché la madre e la fidanzata avrebbero dovuto assistere alla lenta e rantolante agonia del loro congiunto?".  Per la pubblica accusa "i benpensanti potranno dire che Fabiano poteva essere sedato, ma poi dovevano sedare anche la madre e la fidanzata. Io mi rivolgo alle madre, ai padri, ai figli: provate a immaginare, un caso è parlarne in astratto, ma sedazione profonda interruzione del trattamento medico, significa un'agonia a cui assistono impotenti i tuoi familiari. Una morte con lenta agonia, gettando nella disperazione chi amiamo, è una morte dignitosa? Chi aveva il diritto di deciderlo? Fabiano e questa opzione non la considerava tale", chiosa il pm. 

Se non riconoscete a Fabiano Antoniani il suo diritto a decidere di morire con dignità e decidete di assolvermi solo perché materialmente non l'ho aiutato nelle fasi finali del suo suicidio assistito in Svizzera, allora condannatemi. E questo in sintesi l'appello, provocatorio, che Marco Cappato rivolge ai giudici di Milano.  "Sono passati quasi undici mesi dalla morte di Fabiano, quante persone da allora sono andate in Svizzera, nello stesso posto, per ricevere assistenza alla morte volontaria? Possiamo stimare decine di persone di cui non sappiamo nulla perché è stato fatto clandestinamente", ma il caso Fabo nasce quando il 40enne milanese, tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale, decide di rendere pubblica la sua volontà. 
"Se dovesse definire irrilevante la mia condotta, personalmente come cittadino vi dico preferirei una condanna" spiega rivolto in particolare ai giudici popolari, perché un'assoluzione - chiesta sia dalla difesa, gli avvocati Massimo Rossi e Francesco Di Paola, che dalla pubblica accusa perché il fatto non sussiste - "è un precedente che apre la strada alla possibilità che la morte volontaria dipenda dalla possibilità di andare in Svizzera, se non avesse avuto 12 mila euro non poteva. Se accettiamo che per lo Stato tutto quello che avviene prima non lo vogliamo sapere, si potrebbe commercialmente organizzare il trasporto di persone in Svizzera di cui non vorremmo sapere nulla".  Cappato chiede ai giudici di valutare le sue responsabilità, "la conseguenza del fatto che la persona che sono andato ad aiutare aveva comunque diritto a morire, cioè a interrompere le terapie". Il paradosso per l'esponente dei Radicali è che se avesse aiutato Fabiano seguendo la 'via italiana', ossia l'interruzione delle cure, "avrei contribuito, in una modalità più rischiosa per lui, a un diritto". 
La scelta di Fabo di rendere pubblica la sua storia, "è la pubblicità non di chi ha la presunzione di porsi come modello di nulla, ma di chi si assume la responsabilità delle proprie scelte. Non la presunzione di un modello da emulare, ma la richiesta di un chiarimento pubblico di esercizio di libertà e responsabilità". Per i difensori, l'imputato  "non è colpevole" ed è intervenuto solo quando la volontà del 40enne era già chiara. "Cappato ha arrestato una condotta illecita dello Stato mirata a negare a Fabo l'esercizio dei suoi diritti", violando l'articolo 30 della Dichiarazione universale dell'uomo. Il verdetto è atteso per la prossima udienza fissata per il 14 febbraio, l'accusa di aver aiutato dj Fabo può costare a Cappato una condanna da 5 a 12 anni.  
 
 
 
ADUC - Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori