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Coronavirus e integratori naturali: fanno davvero così bene?
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Articolo di Giulia Barsotti
23 aprile 2020 15:12
 
 Chi si vuole difendere dal rischio di infezione dal nuovo coronavirus Sars-Cov-2 con un integratore a base di erbe, dovrebbe pensarci bene. Molti prodotti interferiscono infatti con il funzionamento del sistema immunitario, e possono indebolirne la reazione.
A mettere sull’avviso è l’Agenzia per la sicurezza alimentare francese, l’Anses, che pubblica un documento stilato da un comitato di esperti riuniti d’urgenza.
Il dossier ricorda che alcune piante hanno un’azione antinfiammatoria simile a quella dei farmaci cosiddetti FANS (da antinfiammatori non steroidei, della categoria dell’aspirina, per esempio) e, in quanto tale, immunomodulante.
In particolare, contro il virus Sars-Cov-2 sono controindicate tutte le piante che contengono acido acetilsalicilico (principio attivo dell’aspirina) quali il salice, la regina dei prati, la betulla, il pioppo, la verga d’oro e la poligala, ma anche quelle con altri principi attivi antinfiammatori quali l’arpagofito, la curcuma, l’echinacea, l’artiglio di gatto, così come quelle del genere Boswellia e Commiphora, note per i lattici odorosi (tra le quali l’incenso e la mirra).
Anche se i dati disponibili sono molto diversi, quanto a solidità, per le diverse piante, gli esperti dell’Anses ritengono che siano tutte dotate di un’azione che può interferire con il sistema immunitario, e raccomandano:
· a chi ne consuma a scopo preventivo, di interrompere immediatamente l’assunzione alla comparsa dei primi sintomi sospetti;
· a chi ne consuma perché affetto da una patologia infiammatoria cronica, di discuterne con il proprio curante, per verificare l’opportunità o meno di proseguire.

Stesso discorso parrebbe valere anche per la vitamina D come integratore, anche se una sua carenza è stata indicata tra le possibili concause di manifestazioni particolarmente gravi della malattia (ma al momento non ci sono prove in merito), e anche se durante il confinamento in casa viene quasi del tutto a mancare la fonte principale della sostanza: l’esposizione alla luce del sole. Sempre l’Anses dedica a questo tema un altro documento, invitando ad assumere le necessarie quantità solo attraverso gli alimenti, evitando le formulazioni pure.
Per la sua assunzione può bastare il consumo di due porzioni di pesce alla settimana, una delle quali di un pesce a carne grassa come l’aringa, la sardina, il salmone, ma vanno bene anche fegato, il rosso d’uovo, i latticini ricchi in vitamina D, burro e margarina e la carne in generale.
Ci sono ovviamente alcune categorie di persone più a rischio di carenza di vitamina D per le quali valgono indicazioni più specifiche come gli anziani, coloro che hanno la pelle scura, le donne in menopausa, i soggetti con ossa fragili o immunodepressi. Per costoro possono essere indicati gli integratori, ma poiché il rischio di sovradosaggio è sempre in agguato (e in quel caso si hanno effetti opposti a quelli cercati e sono possibili danni epatici, renali e cardiaci, tra gli altri), è sempre indispensabile l’opinione del proprio medico.

Infine, anche chi è in isolamento domestico può approfittare dei benefici della luce solare. In primavera basta sporgersi dalla finestra (o in balcone, in terrazzo o in giardino, quando se ne ha la disponibilità) per 15-20 minuti per sintetizzare tutta la vitamina D di cui si ha bisogno in una giornata, evitando ovviamente, colpi di sole e scottature.

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"Aduc non fornice consulenza medica di alcun tipo. Le informazioni riportate in questo articolo hanno natura generale e sono pubblicate con scopo puramente divulgativo. Pertanto, qualunque consiglio o rimedio riportato in questo articolo non può sostituire il parere del proprio medico o delle autorità sanitarie."
 
 
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