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Bioetica. Dignità umana nebulosa e infiammabile. Se ne discute in Germania
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Articolo di Redazione
1 giugno 2011 18:35
 
Quando si parla di diagnosi preimpianto o di ricerca sugli embrioni, di solito entra subito in gioco anche la dignità umana. Ma quanto conta questo concetto in bioetica? Il tema è stato affrontato da filosofi, sociologi e giuristi in una conferenza intitolata "Dignità umana in Medicina - Quo vadis?".

Dura appena un minuto e accade il terzo giorno dopo la fecondazione assistita. Uno sguardo con il microscopio nel vetrino mostra un grumo di quattro o otto cellule, bolle trasparenti su un fondo liquido. Con l'aiuto di una pipetta l'analista stacca una cellula dal mucchio, così può analizzare il patrimonio genetico, e se rileva delle anomalie ereditarie butta via tutto il vetrino.
Ma che cosa finisce nella spazzatura? Materiale biologico, equiparabile a un campione di pelle o a una goccia di sangue? Oppure si tratta di un primo minuscolo titolare della dignità che spetta alla persona umana?
Nella diagnosi preimpianto e nella ricerca con gli embrioni il concetto giuridico di dignità umana -il bene supremo per la Costituzione tedesca- si trasforma regolarmente in un segnale di stop. E con il progredire della medicina il quesito "dove situare il cartello?" si farà sempre più pressante. Su questo c'è stato consenso tra i filosofi, i sociologi e i giuristi che si sono ritrovati nel fine settimana al Centro di ricerca interdisciplinare di Bielefeld (D) per la conferenza "Dignità umana in Medicina - Quo vadis?". Nessun medico sul palco.
Dignità umana è una parola grossa, e nello stesso tempo nebulosa. Ecco perché la domanda sul suo significato ha sempre creato imbarazzo tra i costituzionalisti. La teologa morale Heike Baranzke ha ricordato che i costituenti, di proposito non vollero chiarire quella famosa frase iniziale ("La dignità dell'uomo è inviolabile. Rispettarla e tutelarla è dovere di ogni potere pubblico", ndr).
Theodor Heuss (il primo Presidente della Repubblica federale tedesca, ndr) nel 1948 sosteneva addirittura che la proposizione sull'inviolabilità della dignità "uno la può interpretare teologicamente, un altro filosoficamente, un terzo eticamente".
Ulteriori tentativi di definizione da parte di commentatori della Costituzione, sono stati "più o meno poesia" -parola del giurista Eric Hilgendorf. Ma fintanto che le cose stanno così, il concetto di dignità umana è facilmente strumentalizzabile nei dibattiti sulla bioetica. E infatti egli critica "l'uso inflazionato" del termine. Il concetto di dignità umana può indurre a caricare di pathos certi temi, ha convenuto anche il filosofo Frank Dietrich. Ad esempio, la Svizzera si è impegnata a salvaguardare non solo la dignità umana, ma addirittura quella "dell'essere vivente". Invece la Gran Bretagna non conosce affatto il concetto giuridico di dignità umana. Eppure, ambedue gli Stati attuano una biopolitica liberale, in cui l'embrione umano viene affidato con relativa facilità alla ricerca scientifica.
Intanto la domanda di dignità è palese in campo medico, e non si pone solo all'inizio e alla fine della vita. Un medico deve sempre vedere la persona intera nel paziente, non soltanto il suo corpo. Gli studenti di medicina apprendono già nel primo semestre che per ogni pasticca e per ogni puntura devono avere il consenso del malato. Come si concilia allora la tutela della dignità col fatto che un paziente venga legato al letto, immobilizzato o nutrito forzatamente? Può la dignità dell'uomo addirittura costringere il medico a negare al paziente un suo desiderio? E' immaginabile qualcosa del genere: desiderio immorale essendo in contrasto con la dignità?
Nel suo "Memorandum di Bielefeld", il gruppo di ricerca che fa capo a Hilgendorf ha chiesto di dare una risposta liberale a questa domanda. Un paziente dovrebbe poter pretendere dal medico che renda operativo o migliori il suo cervello per via farmacologica. Così come dovrebbe poter farsi clonare qualora la cosa non comportasse grandi danni sul piano medico. Questo perché la clonazione potrebbe spostare in avanti la sua non esistenza.
Qui la dignità è un fatto personale, non c'è la dimensione sociale. Tutta la concezione illustrata dal gruppo di ricerca è senz'altro convincente, ha commentato con tono asciutto il filosofo Héctor Wittwer, "ma quasi tutte queste tesi si possono motivare anche senza la dignità", basterebbe il principio di autodeterminazione.
Per alcuni giuristi così si va un po' troppo oltre; essi vorrebbero che nei dibattiti bioetici si attingesse al fondamento filosofico della dignità umana -come se ne esistesse uno.
"La dignità umana non è un tesoro che i filosofi morali hanno sotterrato in modo che i giuristi l'andassero poi a disseppellire con vanga e zappa", ha replicato il filosofo Frank Dietrich. Piuttosto sono stati sotterrati numerosi tesori -e la decisione di riportarne uno alla luce compete inevitabilmente alla politica.
Secondo Immanuel Kant, la dignità spetta all'essere vivente solo se dotato di ragione. Ai non nati, ai disabili mentali e ai pazienti gravemente dementi verrebbe negata una tale definizione di dignità -per questo Jan Joerden dell'Università Europea Viadrina di Francoforte ha messo in guardia dal concetto kantiano di dignità: proprio là dove la vita umana è più vulnerabile, diventa "infiammabile".

(articolo di Britta Verlinden e Ron Steinke per il quotidiano Sueddeutsche Zeitung del 26-05-2011. Traduzione di Rosa a Marca)
 
 
 
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