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Fine vita/Eutanasia Quando la giustizia balbetta. Il caso Bonnemaison in Francia
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Articolo di Redazione
26 ottobre 2015 8:25
 
 E' spesso troppo tardi quando ci si appella alla giustizia nelle questioni di fine vita. Nel processo d'appello del dr Nicolas Bonnemaison davanti alla corte d'Assiste di Pau, il pubblico ministero, durante la sua requisitoria ha voluto mostrarsi coerente ripetendo: “La legge e' la', essa fissa delle garanzie, dei divieti”. O ancora: “La legge e' fatta anzitutto per proteggerci dalle derive. Non non siamo qui per fare la legge, ne' per dire se la legge Leonetti e' buona, insufficiente, o perfetta”.
Certo, ma alla fine i giurati hanno condannato questo medico delle urgenze di Bayonne a due anni di prigione con sospensione della pena per avvelenamento, una decisione totalmente incongrua per lo specifico caso di cui era imputato Nicolas Bonnemaison. Perche' e' quasi un caso da manuale: prescrivere 5 mg di un sedativo -Hypnovel nello specifico- ad un paziente di 86 anni in coma e il cui cervello e' distrutto dopo un ictus, e nei confronti di uno che ha deciso di interrompere tutte le terapie, non e' un avvelenamento, ma una buona pratica medica. E di responsabilita' del medico.. Ma ecco che, quel giorno, il dr Bonnemaison non ha consultato il team medico che curava il paziente, evidenziandosi scomodo nei confronti dei suoi colleghi, e come talvolta puo' accadere per uno studente di medicina, lui ha scommesso con un caregiver una torta al cioccolato che quella donna non sarebbe vissuta fino a sera. E' per questo contesto che e' stato condannato: siamo lontani dall'applicazione della legge penale.
Nebbia
Al contrario, nel caso di Vincent Lambert, la giustizia non ha mai cessato di dichiarare la legge. La situazione differente ha contributo per dire che questo infermiere psichiatrico, in coma da piu' di sette anni, rientra nella legge Leonetti, e puo' quindi morire dopo aver cessato alimentazione ed idratazione artificiale. La legge e' con lui, ma non viene applicata. Il medico responsabile rifiuta di applicare la decisione -tutta sua- in virtu' di un contesto famigliare. E tutti accettano questa non-decisione insopportabile.
In queste vicende -e bisogna ricordare che quelle che arrivano nelle aule giudiziarie sono poche- la giustizia balbetta: essa non puo' fare grandi cose in questo momento cosi' particolare in cui la societa' rifiuta di guadare queste nuove “fine vita” medicalizzate con le quali ci stiamo confrontando. E per le quali la legge Leonetti non e' in grado di sbrogliare questo balbettare. Sarebbe pero' non esatto dire che tutti questi procedimenti giudiziari sono inutili. Perche' in queste vicende, la fase istruttoria come il processo hanno permesso di descrivere con molta precisione cio' che e' accaduto, e questo e' spesso necessario. Infine, nel caso del processo Bonnemaison, le udienze sono state di un'alta qualita' umana, si e' ascoltato, si e' cercato ci comprendere con molta attenzione. E questo non e' servito a niente, soprattutto perche' alla fine si e' condannato senza ragioni.

(articolo di Eric Faverau, pubblicato sul quotidiano Libération del 26/10/2015) 
 
 
 
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