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 MONDO - MONDO - Home working. Quale futuro?
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Notizia 
12 aprile 2021 14:40
 
“Lavorare da casa non mi piace. Certo, ci sono dei vantaggi, ma è alienante. Sono stufo di stare seduto nel mio appartamento... Trovo le infinite riunioni su Zoom estenuanti... E temo il giorno in cui i vicini inizieranno i lavori per la nuova cucina...”.
 
Microuffici 
Il racconto apparso su BbcNews è di Tim McDonald, giornalista freelance a Singapore, che ha deciso così di provare per la prima volta le nuove “capsule” per il lavoro da remoto apparse in città. Una sorta di versione per smart worker dei capsule hotel giapponesi, creati dalla società Switch, al costo di 3 dollari l’ora, con tutto il necessario: una scrivania, una sedia e la connessione a Internet. Gli spazi sono ristretti, “ma il punto di forza per me è di non trovarmi più nel mio soggiorno”, confessa il giornalista. In Giappone, società come Telecube e Cocodesk avevano già creato qualcosa di simile nelle stazioni della metropolitana e nei minimarket. È “il livello successivo” del lavoro da remoto post-pandemia, dice Prithwiraj Choudhury della Harvard Business School.
Ma queste “box” potrebbero funzionare anche in Europa e Nord America, dove i lavoratori sono abituati a spazi di lavoro più ampi?
 
Cheers!
In Irlanda, a quanto pare, si stanno organizzando diversamente. E se anche lì gli home worker non ne possono più del tavolo della cucina trasformato in scrivania, i pub arrivano in soccorso. Il programma del governo Our Rural Future prevede anche la conversione dei pub in crisi delle zone rurali in hub per il lavoro da remoto, sottoscrivendo convenzioni con le aziende che hanno bisogno di nuovi spazi. Continueremo a servire birre – raccontano – ma non sarà il nostro unico business.
 
Smart all’italiana 
In Italia, assistiamo a due spinte. Da un lato le grandi città come Milano, svuotate in parte dallo smart working diffuso, che si riorganizzano anche con la formula del near working: il lavoro di prossimità nei quartieri, secondo la formula per cui qualsiasi luogo pubblico può trasformarsi in spazio di lavoro a pochi passi da casa (il Comune di Milano ha cominciato a farlo con i suoi dipendenti). Dall’altro lato c’è il south working di coloro che lavorano dal Sud per le aziende del Nord. Ma a parte qualche caso virtuoso isolato – come Castelbuono, sulle Madonie siciliane, dove hanno creato una rete locale per smart worker con spazi dedicati – senza un’azione immediata sui servizi essenziali sarà difficile convincere i lavoratori a rimanere al Sud anche dopo la pandemia.
(da Linkiesta)
 
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