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 ITALIA - ITALIA - Mense scolastiche. Negate a 1 bambino su 2
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6 settembre 2018 12:30
 
 La metà degli alunni (il 49%) delle scuole primarie e secondarie di primo grado non ha accesso alla mensa scolastica. Inoltre, l'erogazione del servizio è fortemente disomogenea sul territorio italiano e le modalità di accesso o di esenzione spesso contribuiscono a aumentare le disuguaglianze, a scapito delle famiglie più svantaggiate. È il quadro evidenziato dal nuovo rapporto "(Non) Tutti a Mensa 2018" di Save the Children, l'organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, in occasione dell'inizio del nuovo anno scolastico. La ricerca, condotta nell'ambito della Campagna "Illuminiamo il Futuro" per il contrasto della povertà educativa, evidenzia come, ad un anno dall'ultimo monitoraggio, sono ancora molte le scuole che non assicurano ai bambini e alle loro famiglie di usufruire della mensa scolastica che, non solo rappresenta un sostegno all'inclusione e all'educazione alimentare, ma è uno strumento fondamentale per il contrasto della povertà e della dispersione scolastica. In un contesto come quello dell'Italia nel quale si registrano oltre 1 milione e 200mila bambini e ragazzi, il 12,1% del totale (più di 1 su 10), in povertà assoluta e 2 milioni e 156mila in povertà relativa, la refezione scolastica dovrebbe garantire a tutti i minori almeno un pasto proteico al giorno, aiutando le tante famiglie in difficoltà, in particolare quel 3,9% dei bambini che ancora oggi non consuma un pasto proteico al giorno. Per Save the Children, rispetto allo scorso anno, 'il quadro che emerge è preoccupante e sottolinea alcuni peggioramenti': in 9 regioni italiane (una in più rispetto al 2017), oltre il 50% degli alunni, più di 1 bambino su 2, non ha la possibilità di accedere al servizio mensa; inoltre si registra un tendenziale peggioramento in quasi tutte le regioni di 1-2 punti percentuali. La forbice tra Nord e Sud si distanzia sempre più. Sono infatti sei le regioni insulari e del Meridione che registrano il numero più alto di alunni che non usufruiscono della refezione scolastica: Sicilia (81,05%), Molise (80,29%), Puglia (74,11%), Campania (66,64%), Calabria (63,78%), Abruzzo (60,81%) e Sardegna (51,96%).
Delle nove regioni in cui oltre metà dei bambini non accede alla mensa, quattro registrano anche la percentuale più elevata di classi senza tempo pieno (Molise 94,27%, Sicilia 91,84%, Campania 84,90%, Abruzzo 83,92%, Puglia 82,92%), superando ampiamente il dato nazionale già critico, secondo il quale oltre il 66% di classi primarie risulta senza il tempo pieno. In quattro di loro, si osservano anche i maggiori tassi di dispersione scolastica d'Italia (Sardegna 21,2%, Sicilia 20,9%, Campania 19,1%, Puglia 18,6% e Calabria 16,3%). "In Italia la povertà assoluta è in continuo aumento. Tra le famiglie in povertà in 1 su 10 è presente almeno un figlio minore, mentre oltre 1 su 5 sono quelle con tre o più figli minori", afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia Europa: "Una mensa accessibile a tutti con un servizio di qualità e uno spazio adeguato, svolge un compito cruciale nella lotta alla povertà, oltre a garantire la possibilità di attivazione del tempo pieno, combattendo efficacemente la dispersione scolastica. Per questo, riconoscere il servizio di refezione scolastica come un servizio pubblico essenziale deve essere una priorità", prosegue Milano. L'esperienza della mensa ha anche un profondo valore educativo. All'indomani della pubblicazione della pronuncia con cui il Consiglio di Stato sembra sminuire la funzione educativa della mensa, emblematiche appaiono le parole del fondatore di Slow Food Carlo Petrini, in un contributo nel Rapporto: "La pausa del pranzo fornisce indubbiamente la possibilità di educare gli studenti alla buona e sana alimentazione, al rispetto della diversità, alle regole della convivenza civile, in un contesto diverso dall'aula, in un contesto collettivo che riproduce un aspetto della vita reale, del "mondo adulto" Tutto questo non assume lo stesso valore se il pasto non è uguale per tutti, fatta eccezione per le intolleranze o per le esigenze religiose ed etiche. Il pasto portato da casa può essere un gesto di protesta, ma non una soluzione" scrive il Presidente di Slow Food, che aggiunge: "È un diritto garantito al singolo che fa perdere peso al diritto di tutti di richiedere un pasto buono e sano per tutti gli studenti. È il fallimento del collettivo e del sociale. Al contrario il pasto in mensa può diventare misura di lotta alla povertà educativa ed esclusione sociale, oltre che strumento di socializzazione e integrazione scolastica". 
Nel Rapporto, per il quarto anno consecutivo, l'Organizzazione ha analizzato le prassi per le scuole primarie relative alla mensa scolastica in Italia, prendendo in esame 45 comuni capoluogo di provincia con più di 100mila abitanti valutando l'accesso, le tariffe, agevolazioni ed esenzioni, il trattamento delle famiglie morose e l'eventuale esclusione dei bambini dal servizio. Come è più volte emerso già negli anni passati, anche tra le scuole presenti magari nella stessa provincia, si registrano differenze sostanziali. Ad oggi la mensa è ancora considerata un servizio a domanda individuale, legato alle esigenze di bilancio dei singoli comuni, e non è riconosciuta come un servizio pubblico essenziale. Perciò in Italia, il servizio di refezione scolastica non si presenta omogeneo ed uniforme: a fronte di 13 comuni, che offrono il servizio a più del 95% degli alunni (tra questi Milano, Prato, Bologna, Cagliari, Forlì, Monza e Bolzano alla totalità o quasi degli alunni), altri 15 garantiscono l'accesso alla mensa a meno del 40% degli alunni frequentanti le scuole primarie. Ma purtroppo all'interno del panorama esistono anche quei comuni che offrono il servizio mensa a meno del 10% degli alunni, come Siracusa (0,88%), Palermo (2,60%), Catania (6%) Foggia (8%) e Taranto (11%). Sono 33 i comuni che prevedono l'esenzione totale legata a qualche tipo di svantaggio sociale, di questi 9 solo su segnalazione e valutazione dei servizi sociali; 5 la prevedono per composizione familiare (in base al numero dei figli). Solo 19 Comuni sui 45 esaminati riconoscono un'esenzione alle famiglie in situazione di povertà, sotto una certa soglia ISEE. Il Comune di Salerno e quello di Vicenza addirittura non prevedono alcun tipo di esenzione. Anche le agevolazioni risultano frammentate e disomogenee. Nel monitoraggio si è tenuto conto dei tre fattori principali adottati dai singoli comuni in modo esclusivo o cumulabile: reddito, composizione familiare e motivi sociali. Tutti i comuni presi in esame applicano agevolazioni su base economica ponendo ognuno una soglia ISEE differente; 37 di loro modulano le tariffe a seconda della composizione familiare; 28 comuni sulla base di disagi sociali, perdita del lavoro o segnalazione dei servizi[17]. Tra questi i comuni di Bergamo, Bologna, Padova e Palermo riducono la tariffa per i nuclei familiari con disabilità. Il requisito della residenza continua ad essere un fattore discriminante per accedere o meno alla mensa scolastica. Sono 28 i comuni che lo applicano come criterio restrittivo (58%) penalizzando molti bambini che per varie motivazioni, non sono ancora residenti nel comune, mentre 17 non ne tengono conto (42%). Nei comuni presi in esame, le tariffe massime variano dai 2,5 euro (Perugia) ai 7,2 euro (Ravenna), le tariffe minime passano da 0,30 euro (Palermo) ad un massimo di 6 euro (Rimini). Il risultato di queste differenze è che una famiglia con un figlio in disagio economico (ISEE 5.000 euro), sarebbe esentata dal pagamento solo in 10 comuni, mentre tra i restanti comuni le tariffe applicate variano da 0,35 euro a pasto di Salerno ai 6 euro di Rimini. In 26 comuni, tra cui quest'ultimo, si garantisce però l'esenzione, e dunque tariffa 0 euro, per le famiglie in condizioni di necessità economiche se segnalate dai servizi sociali. "E' necessario un immediato intervento istituzionale per riequilibrare le enormi differenze territoriali che creano iniquità proprio tra le famiglie più svantaggiate" aggiunge Milano. Infine anche la compartecipazione delle famiglie ai costi è disomogenea: varia da un massimo nei comuni di Bergamo (95%), Forlì (96,7%) a un minimo dichiarato da Reggio Calabria (20%), Cagliari (27,48%), Bari (30%), Napoli (30,75%) e Perugia   
 
 
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