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Scienza e bufale. Un esperimento condotto in allegria
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Articolo di Redazione
5 ottobre 2018 13:39
 
 Peter Boghossian e James Lindsay sono dei piccoli burloni. Nel 2017, questi due americani -il primo insegna filosofia alì’Università di Stato di Portland (Oregon), il secondo è titolare di un dottorato in matematica, oltre che saggista- avevano teso una trappola alla rivista “Cogent Social Sciences” facendole pubblicare uno pseudo-studio che intendeva dimostrare che il pene non avrebbe dovuto essere considerato come un organo maschile della riproduzione ma come una costruzione sociale. In questo articolo, che i suoi autori avrebbero in seguito descritto come “un foglio di 300 parole di totali sciocchezze mediate attraverso la cultura universitaria”, facevano riferimento ad alcuni studi di genere che spiegavano essenzialmente che il pene era fonte di una cultura dello stupro, compreso lo stupro della natura, e quindi aveva una sua responsabilità nel riscaldamento climatico….
Questa beffa, molto facile perché indirizzata contro una rivista poco importante, ha incoraggiato Peter Boghossian e James Lindsay, che hanno deciso di appesantire la farsa anche ben oltre, con l’aiuto di Helen Pluckrose, capo redattrice di Areo. Questa rivista online ha pubblicato, lo scorso 2 ottobre, un lungo articolo firmato da tre nomi finti che spiegava come, da un anno, essi erano arrivati, con un certo successo, alla fase industriale di una bufala in scienze umane e sociali, redigendo venti studi bidone in dieci mesi e sottomettendoli a delle riviste più importanti che non “Cogent Social Sciences”.
I giornali selezionati pubblicano essenzialmente lavori sulle questioni di genere, di sessualità, di identità o di origine etniche, un campo di studi che Boghossian, Lindsay et Pluckrose ritengono “corrotto”, nel senso che l’aspetto ideologico avrebbe il sopravvento sulla ricerca della verità. Secondo questo trio, queste discipline sono corrotte da una cultura della “lamentela”, cioé un’ossessione ad attribuire le discriminazioni di cui soffrono alcune persone (in virtù del loro sesso, del colore della loro pelle o per il loro orientamento sessuale) alle macchinazioni di un gruppo dominante -gli uomini bianchi eterosessuali, per schematizzare.
I tre autori si sono quindi infilati in ciò che loro criticano, impregnandolo di nozioni, parole e codici di questi “studi lamentosi” e adulando “i preconcetti ideologici degli editori”, come scriveva il fisico Alan Sokal dopo la sua clamorosa bufala del 1996.
Solo sei studi respinti
Il bilancio dell’esperimento è nello stesso tempo edificante ed inquietante. Uno di questi mette in scena una ricerca inventata studiando, negli ambienti canini, la cultura dello stupro tra i cani, e domandandosi se è possibile condurre le tendenze alle aggressioni sessuali degli uomini così come fanno i loro amici a quattro zampe. Lo studio è stato pubblicato da “Gender, Place & Culture”, ed uno dei suoi revisori ha scritto in merito: “E’ un articolo meraviglioso, incredibilmente innovatore, ricco di analisi ed estremamente ben scritto e organizzato”, etc. Altro esempio, uno studio comparso su “Sexuality & Culture”, che incoraggia gli uomini eterosessuali ad introdursi dei dildo (ndr: giocattolo sessuale a forma di pene) nell’ano per far calare la propria omofobia. Uno dei revisori si è entusiasmato per questo “lavoro”, assicurando che si trattava di “un contributo incredibilmente ricco ed appassionante sullo studio della sessualità e della cultura, e in particolare l’intersezione tra mascolinità e analità”. Sic.
“Non avremmo dovuto pubblicare anche solo uno di questi pessimi articoli su un giornale, tanto meno sette”, scrivono Boghossian, Lindsay e Pluckrose, che sottolineano a che punto il sacrosanto sistema di rilettura da parte di esperti è inesistente in questo ambito. Inoltre, in seguito a queste pubblicazioni, fanno sapere di essere stati sollecitati ben quattro volte a rileggere e valutare articoli di veri e propri ricercatori. Hanno declinato di farlo per ragioni di etica. Il resoconto della loro beffa sulla rivista “Areo” termina con un appello “alle maggiori università perchè comincino a fare meticolosi esami di questi ambiti di studio (…) in modo da separare gli specialisti e le discipline che producono sapere da quelli che producono del sofismo costruttivista”. In breve, riconnettersi col metodo scientifico.
Rimane ancora da sapere quale reale impatto queste rivelazioni hanno nel mondo universitario. Sociologo al CNRS e lui stesso coautore di una bufala nel 2015, Arnaud Saint-Martin, ammette di "condividere" il lavoro dei tre americani. “Si sa che un certo numero di discipline sono infettate da dei “bullshit”, dice. “Ciò che hanno fatto è molto costruttivo, usando una metodologia con cui si testa un certo numero di cose con allegria. Ma ci si può domandare chi è l’avversario, se sia potente, se consapevole. Essi non fanno dei nomi, delle lezioni universitarie, dei convegni che diventano punti di riferimento….” .
Altra domanda: la questione non rischia di avere effetti deleteri sui ricercatori che lavorano seriamente sulle discriminazioni? “Esiste un anti-intellettualismo rampante in Usa, e questo può fornire argomentazioni solide all’ “alt.right””, dice Arnaud Saint-Martin. Quando si fanno questo tipo di bufale per ridare credibilità alla scienza, si rischia anche di aiutare quelli che la combattono.

(articolo di Pierre Barthélémy, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 05/10/2018)
 
 
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