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Noterelle dal diluvio universale del XXI secolo/1 - Lasciate liberi i vecchi
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Articolo di Annapaola Laldi
3 novembre 2020 12:41
 
 Martedì, 3 novembre 2020, ore 10:00

Mentre negli Stati Uniti hanno già cominciato a votare per la scelta del nuovo presidente del Paese, il cui esito avrà naturalmente effetti notevoli nel resto del mondo, Unione Europea in testa, io sto ancora scervellandomi per capire se sarò sbattuta violentemente in gattabuia, senza altra colpa che avere una certa età, oppure mi sarà lasciata la facoltà di poter almeno accudire a me stessa, andando al Bancomat a prelevare i soldi necessari alla spesa e ad altre incombenze, che a volte capitano tra capo e collo del tutto inattese, a fare, appunto la spesa, scegliendo ciò che mi aggrada, e anche – e non è l’ultima cosa – a tenermi in esercizio fisico, mentale ed emotivo camminando almeno per un’ora al giorno anche solo nei paraggi di casa mia, che, per fortuna, sono ricchi di alberi.
Ma, a parte informazioni, che capisco piuttosto capziose, non mi riesce di trovare niente di certo. E quindi aspetterò che quella santa donna e amica di Rita Sabelli ci presenti la sua preziosa sintesi dell’ennesimo DPCM di sua maestà Giuseppe Conte.

Intanto mi voglio soffermare sul tweet di domenica 1 novembre (ore 11:58 AM) inviato urbi et orbi (= alla città e al mondo!) da Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria:
Per quanto ci addolori ogni singola vittima del Covid 19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che però vanno tutelate”.
Oh, finalmente uno che parla chiaro! Uno che esprime, ne sono certa, il sentire di tanti: i vecchi non sono utili né alla produzione né alla ri-produzione, e quindi: che ci stanno a fare? Se tolgono il disturbo, meglio così. Però (e questo è implicito e si legge tra le righe): basta che la loro dipartita non venga conteggiata tra i morti per Covid!
Ergo, dunque, teniamoli sotto chiave; così moriranno non di Covid, ma d’infarto, di ictus, a causa della mancanza dell’indispensabile movimento fisico e della privazione emotiva degli affetti e delle amicizie, come già segnalavano i geriatri nell’aprile scorso; uno per tutti il prof. Raffaele Antonelli Incalzi  che, il 31 ottobre, dalle colonne della “Stampa” (pagina 7), continua a ribadire, il pericolo di un’ulteriore clausura, oltre tutto mirata solo su di loro. Egli infatti afferma: “Chiamiamo le cose per nome: sarebbe una segregazione con in più effetti negativi da non sottovalutare”. Alla domanda dell’intervistatore di specificare quali siano tali effetti negativi, Antonelli Incalzi spiega: “Intanto la privazione di contatti umani relazionali, che porta alla depressione. Poi la probabile riduzione o rinuncia all’attività fisica e il conseguente peggioramento di problemi cardiaci o vascolari. Infine, l’inevitabile oscuramento delle patologie non Covid, che si ripercuoterebbe subito sui pazienti con malattie cardiache, renali o respiratorie”. Infatti, precisa subito dopo, a marzo e ad aprile si è registrato “un forte incremento di ictus e infarti”. “Meno controlli, niente ospedale e scarsa assistenza domiciliare, che in molte regioni è quasi assente. Inoltre le conseguenze molto negative che abbiamo riscontrato nei pazienti neuropsicologici e psichiatrici”.
E, alla domanda se si può morire di lockdown, Antonelli Incalzi risponde precisando che si può morire “per gli effetti del lockdown sul loro stato di salute”. Cita quindi l’esempio di un malato di Alzheimer, “privato della sua routine, dei contatti umani a cui è abituato, sarebbe sconvolto e starebbe subito peggio”, aggiungendo che non si può pensare di chiudere in casa anche badanti, infermieri e gli stessi parenti stretti,“tutte figure fondamentali, che però rappresentano un rischio, visto che arrivano dall’esterno”.
Infine il geriatra dà dei suggerimenti sull’incontro in casa di anziani e parenti: non si può annullare il rischio della trasmissione del Covid da più giovani a più anziani, ma bisogna portare sempre la mascherina, stare a due metri di distanza dai visitatori, usare percorsi fissi e postazioni abituali e stare troppo a lungo nella stessa stanza chiusa.
Comunque, conclude Antonelli Incalzi, “L’iperprotezione non è la soluzione, specie se comporta la solitudine che è l’anticamera della depressione”.
 Voglio segnalare anche un articolo (questo fruibile in rete) uscito ieri, 2 novembre, su “Il Tempo”, dal titolo intrigante “Coronavirus, numeri choc. Il Covid è a scuola ma chiudono in casa gli anziani”, di cui è autore Franco Bechis .

Desidero tornare un momento al tweet di Toti, di cui, lo ripeto, sono molto felice per l’onestà  dimostrata (e appannata dal tentativo maldestro e ancor più volgare, di chiedere scusa, dicendo che la colpa è di un collaboratore - quanto fedifrago o obbediente? -, e che lui, Toti, ama tanto i vecchietti che, appunto li vuole proteggere (a modo suo, appunto, mettendoli sotto chiave).
A questo punto è d'obbligo aggiungere che, a ben guardare, un grande numero di anziani sono morti nelle RSA, dove erano e sono isolati da contatti con l’esterno che non siano gli operatori in servizio in quelle strutture. E il virus li ha colpiti lo stesso, facendone spesso strage. Quindi, a mio avviso, chi vuole isolare gli anziani, che abitano a casa propria e sanno autogestirsi, è terribilmente in malafede.

Infine, voglio richiamare la possibilità che ci dà l’esempio elvetico. Dalla Svizzera, infatti, in modo brutale, ma almeno non mascherato da un’insopportabile untuosità, nella terza decade di ottobre, è venuta la notizia di non ammettere alle terapie intensive gli anziani positivi al Coronavirus oltre gli 85 anni (o 75 se portatori di altri disturbi gravi), se c’è bisogno della terapia intensiva per una persona più giovane, quindi con maggiore aspettativa di vita.
E’ poi venuta una precisazione successiva, pubblicata il 29 ottobre su "Repubblica", in cui si sottolinea che non c’è discriminazione verso gli anziani e che “Per il momento non abbiamo mai dovuto ricorrere a una scelta - conclude il professor Cavalli - Vorrei comunque aggiungere che quello che hanno sottoscritto l'Accademia delle scienze mediche e la Società svizzera di medicina intensiva è quello che vale sempre come principio etico, nelle situazioni di emergenza". Cosa risponde a chi ritiene discriminatorio, per gli anziani, il principio della scelta? "Che non intravvedo alcuna discriminazione dei pazienti. Ma se abbiamo un posto solo e due pazienti ci tocca scegliere". 

Ecco, e concludo, questa è serietà e rispetto della libertà delle persone: l’anziano, che si trova in quelle condizioni (oltre 85 anni o oltre 75 con patologie gravi), sa che cosa l’aspetta se contrae il Covid; sarà messo se necessario in terapia intensiva solo se quel posto non sarà necessario a una persona più giovane. E mi sembra più che giusto.
Questo mi dà un’idea – quella di scrivere una dichiarazione solenne, una liberatoria per il personale medico: se mi ammalo e c’è carenza di posti in terapia intensiva, mi dirottino subito sulle cure palliative.
Sono io che, come è giusto, mi faccio da parte, ma, per piacere, lasciatemi la libertà di muovermi, finché ne sono in grado!

Noterelle gà pubblicate:
2 - Un mare di gioia
3 - Martino di Tours e i senza casa
4 - Come una filastrocca
 
 
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