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Incendi foreste africane. Un altro campanello d’allarme su cui la politica ha il dovere di intervenire
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Articolo di Vincenzo Donvito
29 agosto 2019 12:35
 
L’attenzione è massima per la foresta dell’Amazzonia, e altrettanto per la mobilitazione. Vedremo se saà convincente e sufficiente. Decisamente meno attenzione e mobilitazione per le foreste in fiamme nel centro dell’Africa: quelle del bacino del Congo sono comunemente considerate il secondo polmone verde del Pianeta, dopo l'Amazzonia. Coprono un'area di circa 2 milioni di kmq in diversi Paesi, metà dei quali nella Repubblica democratica del Congo (RDC) e il resto nei Paesi vicini come Gabon, Congo, Camerun e Repubblica Centrafricana. Come l'Amazzonia, le foreste del bacino del fiume Congo assorbono tonnellate di CO2 grazie ai loro alberi. Sono anche santuari di specie minacciate di estinzione (elefanti della foresta, grandi scimmie…).

Al vertice dei G7 di Biarritz il presidente francese Emmanuel Macron ha mostrato la sua ansia in merito, ma non sappiamo se i Canadair spediti in Amazzonia si alzeranno in volo anche per attingere l’acqua dal fiume Congo e riversarla su queste foreste africane. Alla base di questo “stallo” c’è la considerazione che questi incendi sono considerati “ordinari”, così come apprendiamo dal ministro dell’Ambiente dell’Angola: "In questo periodo dell'anno, in molte parti del nostro Paese, ci sono incendi causati dagli agricoltori nella fase di preparazione del terreno, a causa della vicinanza della stagione delle piogge". Una pratica millenaria e artigianale, a differenza della coltivazione intensiva di soia in Brasile, l'agricoltura tagliata e bruciata è la principale causa di deforestazione. Nella RDC, dove solo il 9% della popolazione ha accesso all'elettricità, le comunità dei villaggi hanno solo legna per cucinare. Ma: "Al ritmo attuale della crescita della popolazione e del nostro fabbisogno energetico, le nostre foreste sono minacciate di estinzione entro il 2100", ha dichiarato la settimana scorsa il presidente della RDC Félix Tshisekedi.

Una pratica, quindi, che per quanto possa essere considerata “ordinaria” porta alla distruzione del secondo polmone verde del Pianeta… e chissà cosa sarò successo al primo polmone, l’Amazzonia, nella stessa data, il 2100...

Quanto ci dice il presidente della RDC è un campanello d’allarme a cui, tra l’altro, almeno in termini progettuali si può già dare una risposta: occcorre far sì che il 91% della popolazione non continui a fornirsi di energia con la legna da ardere delle foreste, e che raggiunga gli standard energetici diffusissimi (ovviamente non inquinanti) in tante parti del mondo; inoltre dobbiamo sviluppare economie che non abbiano bisogno di distruggere foreste per avere campi da coltivare.
Abbiamo scritto “progettuali” per la consapevolezza che la fattibilità in materia (e non solo) è comunque soggetta a scelte e decisioni politiche che, oggi, sono in modo gravemente insufficiente portate avanti dai vari programmi delle Nazioni Unite e dagli scarni programmi di aiuti e cooperazioni bilaterali e regionali.
 
 
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