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Guerra alla droga. La detenzione in Usa di El Chapo evidenzia la durezza di queste carceri
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Articolo di Redazione
6 giugno 2019 17:54
 
 “La piccola Guantanamo”. E’ così che viene soprannominato il Metropolitan Correctional Center dove è incarcerato il narcotrafficante Joaquìn “El Chapo” Guzman, prigione considerata tra le più dure degli Stati Uniti. Ventidue o ventiquattro ore di detenzione in cella ogni giorno, privazione dei contatti umani o di luce naturale… La mediatizzazione delle condizioni di incarcerazione del narcotrafficante fa notizia sulla vita quotidiana dei detenuti di questi bunker sottovuoto dove "la pratica spietata e disumanizzante della detenzione isolata per lungo termine usata dalle autorità degli Stati Uniti equivale a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti", denuncia Amnesty International.

Tappi per le orecchie
La decisione è arrivata lunedì scorso: “El Chapo” non potrà beneficiare di flessiblità durane la sua vita in prigione. Il 9 maggio, i suoi avvocati, che hanno già fatto sapere che intendono fare appello al verdetto finale, avevano indirizzato una lettera al giudice federale per denunciare le condizioni di detenzione “nocive per la salute mentale” del loro cliente. Messo in isolamento al Metropolitan Correctional Center di Manhattan, il messicano è privato di ogni contatto con gli altri detenuti o con il mondo esterno. Le sue uniche relazioni sociali sono ad oggi quelle coi suoi avvocati e con le guardie penitenziarie. Non è autorizzato ad uscire dalla cella – cinque metri per tre, illuminata artificialmente senza interruzione – se non per un’ora al giorno per sgranchire le gambe in un’altra cella un po’ più grande.
Di fronte a questa situazione, i suoi avvocati avevano chiesto tra l’altro il permesso per due ore all’aria aperta, nonché dei tappi per le orecchie per far fronte ai problemi auditivi del loro cliente causati dall’aria condizionata.
La loro richiesta è stata rifiutata lunedì scorso dal giudice federale di Brooklyn, che ha motivato di dover applicare questo regime visto che il detenuto è “abituato” ad evadere. Inoltre, ha aggiunto, che queste condizioni di detenzione “non sono per punire il detenuto e non sono eccessive né arbitrarie”.
La situazione di El Chapo non sembra essere un caso isolato negli Stati Uniti, Essa mette in luce le condizioni di detenzione in isolamento rafforzato che riguardano tra il 2 e l’8% dei 2,5 milioni di detenuti del Paese (dati 2011), così come fa sapere Acat-France, una ONG cristiana contro la tortura e la pena di morte. Si tratta essenzialmente di grandi criminali e di terroristi stranieri.

"Ricreazione" in catene
“Sepolto vivo”. E’ quello che diceva di suo figlio la madre di Zacarias Moussaoui, francese condannato all’ergastolo nell’ambito degli attentati dell’11 settembre, che sta scontando la sua pena a ADX-Florence, conosciuta anche come “il Rocky Mountain Alcatraz”, dove probabilmente sarà trasferito anche El Chapo. Feritoie come finestre, porte blindate in acciaio tra i detenuti, "ricreazione” in catene e scortati da guardie in gabbie poco più grandi delle celle dove i prigionieri sono bloccati 22 ore al giorno per una media di 8,5 anni. Queste sono le condizioni di detenzione in questi “Supermax”, contrazione della parole “super-maximum” utilizzato per indicare le zone penitenziarie destinate ad un isolamento rafforzato, tipico delle prigioni in Usa.
Geneviève Garrigos, portavoce di Amnesty International in Francia, dice che questa pratica di isolamento utilizzata in modo abusivo è moneta corrente in Usa. Secondo la ONG, queste condizioni di detenzione costituiscono una violazione del diritto internazionale: “L’isolamento completo per un lungo periodo è una forma di tortura. I detenuti sono privati di contatti umani e sensoriali, situazione che può portare a malattie psichiche e psicologiche, con anche suicidi”. La direttrice della sezione Americhe della ONG, Erika Guevara-Rosas, fa notare, in un rapporto del 2014, che questa forma di isolamento è paragonabile “ad un trattamento crudele e disumano”.

Amnesty ricorda che il primo principio della risoluzione della Nazioni Unite sulla protezione dei detenuti si applica a tutti: “Ogni persona sottomessa ad una qualunque forma di detenzione è trattato con umanità e con il rispetto della dignità della persona”.

(articolo di Caroline Protat, pubblicato sul quotidiano Libération del 06/06/2019)
 
 
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