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Gli effetti storici e sociali della pandemia in Europa
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Articolo di Redazione
22 ottobre 2020 17:38
 
 È arrivata (quasi) all’improvviso, in un anonimo giorno di inverno, e si è diffusa ovunque. Ha fatto paura, ha provocato migliaia di vittime e ha letteralmente paralizzato e trasformato la quotidianità. Per durata, impatto e conseguenze socio-sanitarie. Cambierà tutto e lo ha già fatto, perché la pandemia Covid-19 in Europa (e non solo) si è imposta su tutti, con poche distinzioni e tante regole. Esattamente come hanno già fatto storicamente altri shock collettivi, come i conflitti, le crisi economiche e le altre epidemie. E anche se ogni Paese ha reagito diversamente, in base a sensibilità e a percezione del pericolo, il nuovo coronavirus ha modificato la consapevolezza del presente, del passato e, soprattutto, del futuro di tutti.

Le nuove (e diverse) misure in Europa
Mentre il 13 ottobre, il Consiglio europeo approvava un approccio coordinato e una raccomandazione, che stabilisce criteri comuni e che intende aiutare gli Stati membri a prendere decisioni in base alla situazione epidemiologica regione per regione, ogni Paese, nelle ultime ore, ha dato disposizioni precise (e diverse) a seconda della propria situazione sanitaria. La Spagna, per esempio, sta limitando gli spostamenti, la Francia ha imposto una chiusura rigida dopo l’incremento dei contagi e, infine, Germania, Gran Bretagna e Olanda hanno deciso per la chiusura di bar, ristoranti e palestre. Inoltre, come annunciato dalla Commissione dell’Unione europea e da Ursula von der Leyen su Twitter, è stato avviato un sistema europeo di tracciamento, con l’obiettivo di individuare i contagi e contenerli.

Un periodo di trasformazione
E anche se l’Europa, con le sue istituzioni, ha provato a limitare gli effetti della pandemia, conseguenze e mutamenti di una trasformazione così improvvisa saranno socialmente (e storicamente) inevitabili. «Come tutti i grandi shock individuali, le nostre percezioni sono già cambiate e già destinate a modificarsi. Viviamo in un’epoca in cui esiste un forte senso di incertezza ed è chiaro la Covid-19 la radicalizzi e ne aumenti il livello. Se il senso di esposizione ai rischi (sanitari, economici e lavorativi), che non trova delle risposte costruttive in campo politico, si dovesse trasformare in angoscia, questo potrebbe portare a esiti molto pericolosi e alla formazione di nuove culture politiche (ora presenti in forme embrionali, soprattutto tra chi nega e rifiuta ciò che costituisce la modernità, come la scienza, la democrazia e il mercato)», spiega Mauro Magatti, sociologo, economista e docente di Sociologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, il quale, però, ricorda che nella vita sociale e nella storia non ci siano mai degli automatismi e che quanto sta accadendo (con annesse conseguenze) dipenderà dalle risposte date o non date. «Bisognerà capire se la pandemia costituirà una spinta verso un progresso della capacità di solidarietà, come le decisioni di questa primavera potevano far sembrare, portando l’Europa oltre il trattato di Maastricht, oppure se, al contrario, cadremo vittima di spinte conservatrici o nazionaliste. In entrambi i casi, l’effetto ci sarà, perché le cose non potranno restare quelle che erano prima», conferma il sociologo.

Tre shock globali in 19 anni
Magatti, che su questo tema ha da poco pubblicato con Chiara Giaccardi il volume “Nella fine è l’inizio, in che mondo vivremo” (edito da Il Mulino), definisce la Covid-19 «il terzo shock globale» nell’arco di 19 anni, destinato a mutare il profilo europeo e le vite dei suoi cittadini: «Il primo ha riguardato l’11 settembre, con tutta la scia di atti terroristici che continuano ancora, poi c’è stata la crisi finanziaria, che ha provocato danni occupazionali per molti anni (e da cui ci siamo salvati per un pelo), e ora c’è la pandemia. Le nostre società sono molto potenti e sotto certi punti di vista straordinarie, ma sono anche fortemente instabili e antropiche e quindi, anche se la situazione sanitaria dovesse normalizzarsi nella prossima estate, potremmo cominciare a chiederci quale sarà lo shock successivo a cui andremo incontro, perché questo è quello che la nostra conoscenza ci dice». E come confermato da Magatti, se le istituzioni (europee e nazionali) non dovessero essere in grado di cogliere la «spinta di reazione contenuta in questa pandemia» il rischio di crisi più o meno serie è ritenuto «ampiamente realistico».

La metafora storica
«La storia non si ripete mai nello stesso modo ma, per usare una metafora, è come se ci trovassimo tra gli anni ‘20 e gli anni ‘50, periodi che hanno avuto un impatto ben maggiore di questa pandemia. Gli anni ‘20, che hanno portato dove sappiamo, sono stati un decennio in cui non si è stati capaci di dare delle risposte positive dal punto di vista economico, politico-istituzionale e culturale, mentre invece, il secondo dopoguerra ha avuto un esito opposto, cioè a parità di distruzione si è trovato un punto di equilibrio nuovo e si è aperto un ciclo, in cui si è stati in grado di rafforzare la democrazia, diffondere la prosperità e far crescere l’economia. Dobbiamo capire se, da questo passaggio difficile, andremo da una parte o dall’altra. Io credo sia sbagliato immaginare questa come una parentesi che si chiuderà, perché non credo possa essere così», continua ancora il sociologo, che sul futuro europeo pone più di un interrogativo.

La pandemia e i totalitarismi
«Questa pandemia è un fenomeno veramente nuovo ed è essenziale chiedersi innanzitutto di quale Europa stiamo parlando», si domanda Patrizia Dogliani, storica e docente di Storia dell’Europa contemporanea all’Università di Bologna, che ha provato a ipotizzare in che modo l’impatto del nuovo coronavirus modificherà il futuro profilo del continente (da un punto di vista storico). Secondo la professoressa, non sono state le grandi pandemie, anche in precedenza, a favorire forme di governo totalitarie, piuttosto lo hanno fatto gli stati d’emergenza: «Le restrizioni o la riduzione delle libertà individuali, tipici dei fenomeni di guerra, hanno costituito per il fascismo delle prove generali (anche se non per tutti i Paesi)». E alla domanda se la paura e la povertà, generate dal virus, possano far correre un rischio totalitario alle forme più fragili di democrazia, Dogliani risponde che è necessario compiere un’analisi diversa per ogni Stato: «Certi Paesi europei, che sono già sotto osservazione per il loro tasso di democrazia, potrebbero essere più a rischio rispetto di altri. Non sappiamo cosa stia succedendo in Ungheria o in Polonia, per esempio, per cui si deve capire quali sono le misure che hanno messo in piedi sul piano delle limitazioni delle libertà personali, al di là della capacità di rispondere sul piano sanitario».

Niente paragoni storici
E se in molti, erroneamente, paragonano la nuova pandemia all’influenza Spagnola, che tra il 1918 e il 1920 uccise migliaia di persone, e agli anni successivi quell’epidemia, la docente dell’ateneo di Bologna non ha dubbi: «La popolazione europea, in quel momento, era particolarmente provata dalla Grande Guerra, in termini di alimentazione e di sforzi. La situazione era molto diversa da quella attuale e dal benessere a cui siamo abituati». Per la storica, la pandemia causata dal nuovo coronavirus è talmente massiccia, anche per il suo perdurare nel tempo, da non individuare altri eventi simili, in termini di cambiamento delle abitudini degli europei, nella storia recente: «Chernobyl, per esempio, nel tempo, ha cambiato la sensibilità politica e sociale sul nucleare, ma non credo sia paragonabile all’impatto del nuovo virus. Anche il caso del terrorismo internazionale ha certamente spaventato l’opinione pubblica europea, ma la consapevolezza di questo rischio dipendeva da un Paese all’altro e da quanto i singoli fossero stati colpiti. Con la Covid-19 giochiamo, ancora una volta, su un piano di cerchi concentrici: senza cadere negli stereotipi delle diverse reazioni europee, più vicina è stata l’esplosione del pericolo, più c’è stata una reazione rispetto a esso. Più ci si sente lontani e meno ci si preoccupa e ci si informa».

La riflessione sulla morte
L’arrivo della pandemia, oltre ad aver mutato la quotidianità e la vita, ha cambiato anche l’approccio che l’Europa contemporanea ha con la morte. In un continente che sembrava invincibile, immortale e potente, la fine ora c’è, fa parte dell’ordinario e si vede. «Abbiamo attraversato una lunga stagione in cui la morte era privata, mentre con il nuovo coronavirus è diventata quotidiana e pubblica. Ogni giorno, da qualche mese a questa parte, la prima notizia del telegiornale è il numero dei decessi causati dalla Covid, sapendo che, più o meno tutti (soprattutto tra chi ha più di 50 anni), siamo a rischio. Questo è un fatto enorme, che ha un potenziale emotivo gigantesco e che non sappiamo che cosa produrrà», chiarisce Magatti, ricordando come nei mesi estivi, quando la minaccia del virus sembrava diminuita, ci sia stata più una “reazione vitalistica”. «Non sono in grado di dire, da sociologo, a cosa porterà questa esposizione al rischio concreto di morire, ma è un’altra buona ragione per dire che un generico discorso sul rilancio economico non basterà, perché con il nuovo coronavirus vengono messe in gioco delle dimensioni psicosociali che si trovano su piani diversi», aggiunge l’economista (che ricorda come esistano dei piani per contenere e contrastare la spinta emotiva che deriva dalla paura della morte).

«Sulla percezione del lutto, gli studiosi della storia contemporanea hanno lavorato veramente poco. Ma è mancata anche una riflessione collettiva, teologica e laica su questo, soprattutto all’inizio, quando a morire erano gli anziani e i più giovani si sentivano esonerati da questo pensiero. È mancato il processo dell’accompagnamento, dell’addio, un po’ come accadde nel primo conflitto mondiale. Questo complicherà di molto l’elaborazione del lutto. La mancanza dell’addio è stata come una tragedia greca», specifica Dogliani. Che sulla narrazione storica europea conclude: «La storia parte sempre da una lettura del presente. Certo, ci sono grandi fenomeni dell’età contemporanea che, forse, leggeremo diversamente. Ma ora è presto per poterlo affermare».

(articolo di Giovanna Pavesi su Europea/Linkiesta del 21/10/2020)
 
 
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