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Un DPCM al giorno non toglierà il medico di torno
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Articolo di Nicola Cariglia
26 ottobre 2020 16:38
 
Quando un Paese combatte contro una grave minaccia (guerra, pandemia, disastro economico), il buonsenso vuole che i protagonisti della politica si facciano promotori di una tregua alle liti e alle polemiche tra i partiti. Se è in gioco la tenuta della democrazia o, addirittura, la vita delle persone, questo è l’interesse primario da tutelare. Dunque, tutto ciò che sta accadendo in questi giorni va contro l’interesse degli italiani: le liti esasperate tra i partiti e dentro i partiti, i contrasti a livello istituzionale tra Stato, Regioni e Comuni, e, da ultimo ma non da meno, addirittura i problemi di ordine pubblico a Napoli e Roma. Sarebbe sciocco nasconderlo: uno dei principali motivi che non consentono di raffreddare la temperatura politica è come si è svolta la vicenda del presidente del consiglio in questo campo. Al di là di meriti e demeriti, Giuseppe Conte, in appena due anni, è stato ed è il presidente di due maggioranze diverse e, successive. Soprattutto segnate da polemiche di un livello quale raramente si era visto dall’immediato dopoguerra ad oggi. Immaginiamo due eserciti contrapposti ed un generale che passa dall’uno all’altro. Fortunatamente, i contrapposti eserciti della politica non devono comportarsi come quelli militari. Non devono annientarsi, perché, in politica, maggioranza ed opposizione sono entrambe al servizio di un medesimo popolo, anche se troppo spesso lo dimenticano. All’inizio della pandemia, ci permettemmo, su questo giornale, di avanzare al presidente Conte e ai partiti di maggioranza e di opposizione (peraltro maggioranza nella maggior parte delle Regioni) una proposta che permettesse di instaurare una pausa di collaborazione e unità di intenti al fine di contrastare con maggior vigore covid e crisi economica. Secondo questa proposta, Conte dovrebbe restare al governo fino al termine della legislatura, sostenuto da una maggioranza di unità nazionale. Una maggioranza eccezionale e a tempo. Per un elementare dovere di correttezza istituzionale, dovrebbe impegnarsi a non ripresentarsi in nessun schieramento una volta portato a termine il suo mandato: come si può altrimenti pretendere di diventare nuovamente uomo di una parte, dopo essere stato capo di un governo di tutti? Non sarebbe una delle tante furbate della politica, ma la dimostrazione che la politica sa essere anche nobile e capace di rinunce, se necessarie all’interesse di tutti. Questa proposta ci sembra oggi ancora più attuale di ieri. Sappiamo che nelle file del centrodestra c’è ancora molto astio nei confronti di Conte per la disinvoltura con la quale consentì il passaggio da una maggioranza all’altra “salvando” il proprio posto. E non vedono l’ora di “fargliela pagare”. Sappiamo anche che nello schieramento opposto in molti pensano (o si illudono) di conquistare, grazie alla popolarità di Conte, quella maggioranza dei consensi che attualmente i sondaggi assegnano agli avversari. Sono le normali schermaglie della politica nei tempi normali. Ma in tempi come questi, che normali non sono, il rischio è di restare tutti sconfitti di fronte al Covid.
 
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