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Clima. Andare oltre la consapevolezza
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Articolo di Redazione
3 agosto 2018 9:09
 
 I segnali d’allarme sull’accelerazione del riscaldamento climatico si moltiplicano e, pertanto, le iniziative intraprese per tentare di invertire il fenomeno non sono disperatamente all’altezza della posta in gioco. Due nuovi allarmi ci sono stati evidenziati, mercoledì 1 agosto. L’anno 2017 è stato classificato come uno dei tre anni più caldi della storia moderna secondo il rapporto annuale dell’agenzia federale americana National Oceanic and Atmosphric Administration (NOAA). Il 1 agosto è anche il giorno in cui l’umanità ha consumato un insieme di risorse che la natura può rigenerare in un anno, secondo i calcoli della rete internazionale del Global Footprint Network e del WWF. Anno dopo anno, questo “giorno del passaggio” è sempre più precoce: nel 1975, era il 1 dicembre; nel 1995, il 5 ottobre; nel 2015, il 4 agosto; e nel 2017 è stato il 2 agosto.
Le analisi degli scienziati della NOAA e l’attuale ondata di calore che sta facendo soffocare le popolazioni dell’Europa del Nord, del Giappone, del Canada o del Pakistan, lasciano pochi dubbi sulla realtà del riscaldamento climatico. Nel contempo la “impronta ecologica” sempre più grande dell’uomo, ben chiara essenzialmente grazie alla crescita delle emissioni di gas ad effetto serra e dall’aumento delle superfici coltivate, dipinge il quadro di un Pianeta ai limiti della rottura senza che le iniziative seguano la consapevolezza, due anni e mezzo dopo l’accordo di Parigi della COP21, per contenere il riscaldamento al di sotto della soglia dei 2 gradi centigradi, “l’accordo stabilito per il clima”, si fa sempre attendere. Certo, alcune città si sono accordate su obiettivi di trasformazione dei loro usi in materia energetica, alloggio e trasporti. Certo, alcune imprese si proiettano verso un’economia che produca meno carbone, e il mondo della finanza sta rivalutando poco a poco la sua politica di investimento alla luce del rischio climatico. Un vertice mondiale di coloro che non stanno fermi, il primo del genere, è stato messo nel calendario di queste iniziative a metà settembre, a San Francisco.
Anello debole
Tuttavia, gli Stati restano l’anello debole di questa mobilitazione. E’ il caso degli Usa di Donald Trump, uno degli ultimi dirigenti scettici sulla questione del clima nel Pianeta, che ha isolato il suo Paese aprendo la strada, a giugno del 2017, al suo ritiro dall’accordo di Parigi. Per suo conto, l’Unione Europea e’ in difficoltà a rivedere verso l’alto i suoi impegni di riduzione dei gas ad effetto serra. Si tratta pertanto di uno sforzo indispensabile. La Cina, primo produttore mondiale di CO2 è, anch’essa, di fronte alla contraddizione tra gli impegni dell’accordo di Parigi e continuare una crescita economica notevole. Dovunque, le lobby tentato di rimettere in discussione gli scarsi progressi, come in Canada, che ha ridimensionato il suo progetto di tasse sulle emissioni di gas ad effetto serra.
Gli Stati non hanno altra scelta che agire presto e di rimettere in discussione i modi di produzione e di consumo che hanno fatto diventare gli uomini predatori della natura. Per contenere l’aumento delle temperature, l’accordo di Parigi indica chiaramente il percorso con l’obiettivo della fine delle produzioni di carbone nella seconda metà del secolo. Questo obiettivo implica di lasciare sotto terra la maggior parte delle riserve di energie fossili, i carburanti del riscaldamento. Quanti avvertimenti ci vorranno perché l'umanità smetta di aggrapparsi ad un modello che porta alla sua perdita?

(editoriale del quotidiano Le Monde del 03/08/2018)
 
 
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