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Cina. 1 miliardo e 300 milioni di persone chiedono di smettere di inquinare
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Articolo di Redazione
26 agosto 2018 14:36
 
 La Cina, con più di 1 miliardo e 300 milioni di persone, è il Paese più popolato al mondo. Ed è anche quello che inquina di più: le emissioni di Co2 per persona superano quelle della Ue. Il governo del gigante asiatico sta impostando il proprio Paese come una “civiltà verde”, che lo porterà ad essere il leader dell’ecologia a livello mondiale. “In 20 anni la Cina ha raggiunto risultati economici che all’Occidente è stato necessario un secolo. Ma nello stesso tempo ha concentrato l’equivalente di cento anni di problemi ambientali”, diceva nel 2006 il direttore dell’Amministrazione della protezione Ambientale cinese, Pan Yue, nel saggio “On Socialist Ecological Cvilisation”. L’etichetta “civiltà ecologica” è parte del capitolo ottavo della comunicazione dell’ex-presidente Hu Jintao, nell’inaugurazione del XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, nel 2012, riferendosi alla speranza di una coesistenza armoniosa tra gli esseri umani e la natura.
L’attuale presidente, Xi Jinping, ha ripreso l’idea negli obiettivi del suo ultimo piano quinquennale, sostenendo che l’Amministrazione intensificherà gli sforzi per approvare leggi che facilitino lo sviluppo verde, circolare e con basso uso di carbone; promuovere la riforestazione, la conservazione e il ripristino delle zone umide; e contenga e punisca tutte le attività che provocano danni all’ambiente, al fine di contribuire al benessere della popolazione cinese e della umanità. Ma, questo obiettivo come si sposa col fatto che sono la seconda economia mondiale?
Come ricorda Ernest Garcia, professore di Sociologia e Antropologia Sociale all’Università di Valencia, la pretesa della Cina di trasformarsi in una civiltà ecologica si interpreta come l’adattamento al contesto sociopolitico e culturale cinese dei criteri che i sociologi dell’ambiente chiamano modernizzazione ecologica, crescita verde, economia circolare o sviluppo sostenibile. “Siamo di fronte ad una versione nazionale dell’illusione che sia possibile avere nel contempo uno sviluppo economico e un miglioramento dell’ambiente”.
Gli investimenti enormi
Con 133.000 milioni di dollari, la Cina ha superato l’Europa negli investimenti in energia rinnovabile. Nello stesso tempo è al primo posto nel mondo nella produzione di energia solare, con 53 dei 98 gigawatt di tutto il mondo nel solo 2017, come ricorda di recente la pubblicazione “Tendenze globali di investimento in energia rinnovabile” del 2018, a cura di ONU ambiente. Il Paese è il maggiore produttore di energia eolica, con 305.700 milioni di Kw/ora nel 2017, secondo l’Amministrazione Nazionale dell’energia. Dal 2014, la guerra contro l’inquinamento, auspicata dal governo cinese, ha portato alla riduzione di una media del 32% della concentrazione di particelle fini nell’aria del Paese. Solo nella zona di Pechino si investono 120.000 milioni di dollari (qualcosa come 97.000 milioni di euro) per farle calare del 25%. Per raggiungere questo obiettivo, la lista dei divieti non fa che crescere.
In Cina già non si possono aprire, nelle regioni più inquinate, nuove centrali elettriche che funzionino a carbone, e quelle esistenti devono ridurre le proprie emissioni, così come per la produzione di ferro, acciaio e per le miniere di carbone. Altri metodi meno importanti riguardano la restrizione del traffico nelle grandi città come Pechino, Shangai e Canton, o il divieto dell’uso domestico di riscaldamento a carbone.
Record di consumi di prodotti inquinanti
Ma nonostante questo, la superpotenza consuma più della metà del carbone di tutto il mondo. Nonché un terzo del petrolio e un 60% del cemento. Questo ci serve a ricordare che stimolare una civilizzazione ecologica lo si può fare ma deve essere comunque subordinato ad altro, come continuare nella crescita economica o espandersi commercialmente attraverso le nuove rotte della seta; nonché generalizzare l’agricoltura moderna, che implica l’uso di sostanze chimiche e combustibile fossile come il petrolio e il gas naturale (la Cina produce il 24% del grano del mondo, con il 35% di consumo mondiale di fertilizzanti); e anche a frenare l’invecchiamento della popolazione eliminando la politica del figlio unico e organizzandosi per l’aumento della natalità.
“La crescita degli esseri umani dovrebbe essere molto meno di quello attuale, e il modello di sviluppo dovrebbe essere un altro”, sottolinea David Vieites, ricercatore del Consiglio superiore di indagini scientifiche del Museo di Scienze naturali di Madrid. Ma la tecnologia per la modernizzazione ecologica, è sufficiente? “E’ certo che la Cina sta installando molte centrali solari ed eoliche. Di conseguenza sta facendo molto di buono e di meno dannoso per l’ambiente. Gli obiettivi per il 2030 -che il 20% dell’energia prodotta provenga da fonti rinnovabili, che si stabilizzino le emissioni di gas ad effetto serra e che si rafforzi la rete di protezione delle riserve naturali- sono positivi, confrontandoli con quelli della Ue, e chiedono molto più impegno del necessario per arrivare a degli obiettivi confortevoli” dice il sociologo Ernest Garcia.
Le tradizioni culturali non convincono
Il fatto che la sostenibilità sia considerata un principio che fa parte della tradizione culturale cinese, con riferimento al confucianesimo e contrapposta al concetto di dominio sulla natura tipico di Europa e Usa, convince poco gli esperti. “Non si differisce molto e non presenta altri particolari approcci rispetto a quelli indigeni della Madre Terra nella tradizione dell’America andina, o i richiami a San Francesco di Assisi per una proposta di ecologia integrale che fa il papa Francesco”, ricorda Garcia.
Pochi credono che collocare il rispetto dell’ambiente nell’ambito politico aiuti a dare una buona immagine. E’ quello che sta realmente facendo la Cina nella sua dichiarazione di intenti ambientali? “La sua popolazione soffre di un livello di inquinamento molto oltre i livelli massimi raccomandati, e i casi di cancro ai polmoni sono diffusi, per esempio. Hanno necessità di dare un’immagine che si stia andando verso un modello più sostenibile, e niente di meglio che usare la parola ecologia, che suona bene”, sostiene Vieites.
Ma vediamo cosa è tangibile. Il cambio di alimentazione dei cittadini cinesi, dove la carne di manzo rappresenta il 10% di quella consumata in tutto il Paese, è un chiaro impedimento per la civilizzazione verde. In 10 anni, la produzione di carne di manzo è aumentata del 22%, secondo l’associazione cinese della carne. Nel 2015, il Paese ne ha prodotto 6,9 milioni di tonnellate, ma la produzione locale non è in grado di soddisfare la domanda. Di conseguenza, il mercato cinese è la principale destinazione delle esportazioni di carne di manzo argentina, con il 45% delle vendite e importa da tutto il mondo circa 950.000 tonnellate di carne bovina con l’osso.
“Produrre più carne implica sottrarre più spazio a vegetazione e boschi”. Nel contempo, il parco automobilistico cinese non smette di crescere: il numero totale di veicoli a motore ha raggiunto i 300 milioni di unità (ci sono più auto e moto in Cina che in qualunque altro Paese), e nel primo trimestre del 2017 ci sono state 8,2 milioni di nuove immatricolazioni.
Anche così, il tentativo è da applaudire
“Le nostre parole hanno peso e le nostre azioni devono avere un risultato”, così ha detto nell’ambito dell’Accordo di Parigi sul cambio climatico (2016), il primo ministro cinese Li Keqiang, ricordando che il suo Paese è stato uno dei primi a presentare all’ONU un piano di azione sull’accordo dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile e contro il riscaldamento globale. Tutto questo, in opposizione all’Amministrazione di Trump, che ha stigmatizzato l’accordo contrapponendogli lo slogan “America first” (prima l’America).
Per l’esperto di ambiente Andreu Escrivà, autore di “Ancora non è tardi”, l’aspirazione cinese risulta interessante rispetto al resto. “Siamo in una fase positiva per mettersi alla guida del capitalismo verde. In Europa crediamo di essere quelli che sanno di più, ma siamo gli stessi degli ultimi dieci anni. Per questo, la politica cinese, come cosa diversa per il mondo occidentale e come recupero della volontà di porsi come leader in materia, può essere interessante”.

(articolo di Kristin Suleng, pubblicato sul quotidiano El Pais del 24/08/2018)
 
 
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