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Biodiversità che cambia. La tendenza a dimenticarla quando è intorno a noi
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Articolo di Redazione
14 marzo 2019 0:42
 
 Essendo sempre più frequenti, i record di temperature ci sembrano meno evidenti. E' quanto messo in evidenza da uno studio pubblicato in “Proceeding of the National Academy on Science” (PNAS) a febbraio. Concentrandosi sulle reazioni sui social network, i ricercatori hanno rilevato che dopo alcuni avvenimenti noi rileviamo meno gli eventi climatici insoliti. Anne-Caroline Prévot, specialista di psicologia della conservazione, direttrice delle ricerche al CNRS e ricercatrice al Museo nazionale di storia naturale di Parigi, ci schiarisce le idee su questi fenomeni di amnesia ambientale e sui loro effetti.

D. Che cos’é l’amnesia ambientale?
R.
E’ un concetto sviluppato agli inizi degli anni 2000 da Peter Kahn, uno psicologo americano che parla di “amnesia ambientale generazionale”. A livello psicologico, ogni individuo costruisce la sua relazione nel mondo a partire dalle sue esperienze nella propri infanzia. Come la biodiversità diminuisce, le generazioni che si succedono costruiscono su basi differenti le loro rappresentazioni sul buono stato della natura.
Per esempio. Daniel Pauly (ndr un ecologo specialista di pesca) ha mostrato come la norma per valutare gli stock di pesce evolve nei pescatori in funzione della loro età. Facendo domande a dei pescatori e a degli scienziati specializzati, ha evidenziato che, se c’é una consapevolezza globale della diminuzione degli stock, ogni generazione considera la quantità di pesci con cui ha a che fare all’inizio della propria attività come un suo punto di riferimento. Cosi’, in Usa, i vecchi pescatori riescono ad elencare più luoghi in cui si pesca meno rispetto ai giovani che sono arrivati alla metà della loro attività.
Più recentemente, altri autori hanno evidenziato la “amnesia individuale” che funziona in una scala di dieci anni. E oltre l’amnesia generazionale, c’é la tendenza a dimenticare una situazione di fatto della biodiversità intorno a noi gradualmente e in misura del tempo che passa. E’ anche così che ci si ritrova con l’idea dell’amnesia climatica.

D. Quali sono le conseguenze di queste dipendenze progressive ai degradi ambientali?
R.
Questo vuol dire che si considera sempre che ciò che esiste è il buono stato delle cose. Per cui questa limita l’azione e complica il prendere le decisioni drastiche di fronte ad un cambiamento la cui importanza non è percepita. E’ in parte a causa di questo che i cittadini come i politici non trattano la biodiversità come una priorità e non hanno la volontà di modificare le traiettorie nefaste. Una società può non rendersi conto della gravità del problema pur essendo completamente in buona fede.

D. Come lottare contro questa amnesia?
R.
Non è sufficiente aggiungere delle conoscenze scientifiche. Bisogna anche lavorare sulle emozioni. Queste, positive o negative, provengono dal contatto con la natura, che quindi va favorito.
Il problema è che anche questo può non essere sufficiente. Immerse nella natura, le persone possono essere simili alle rane che, in una casseruola, non si rendono conto che l’acqua si riscalda. Poiché esse vedranno le modifiche progressive dei paesaggi che conoscono bene ma senza essere colpiti dai cambiamenti.
Per aggirare questo, possiamo passare attraverso delle storie. Costruire una memoria che sarebbe basata sulle esperienze individuali e le emozioni delle persone. Il fatto di parlare, di scambiare, e di condividere le nostre esperienze e le emozioni che si vivono con i nostri contatti con la natura, permetterebbe di farle emergere e di creare una memoria. Lottare contro l’amnesia individuale, quindi, per lasciare delle tracce. Si trova, per esempio, coi romanzi, le descrizioni di paesaggi ai quali si può fare riferimento per compararli coi paesaggi attuali.

(intervista di Nathan Mann, pubblicata sul quotidiano Libération del 13/03/2019)
 
 
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