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Ue a due velocita’? C’e’ gia’ e la pagano i consumatori. Colpa delle norme e delle industrie
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Articolo di Vincenzo Donvito
3 marzo 2017 14:57
 
  Tra le tante (e’ un modo di dire ….) opzioni per cercare di rendere piu’ fruibile l’Unione, si e’ parlato anche di un’Europa a due velocita’. A parte le valutazioni in merito alle presunte grandi strategie che sarebbero pro o contro questa ipotesi, non possiamo non ricordare che di velocita’ nella nostra Unione ne esistono gia’ diverse. Ma ce n'e’ una particolarmente odiosa che vede il solito pagatore come protagonista: il consumatore. Stiamo parlando di quei prodotti alimentari che, identici per marca e confezione e presentazione commerciale, sono qualitativamente diversi rispetto al Paese in cui viene commercializzato. I Paesi penalizzati, che ora hanno fatto una sorta di coalizione, sono Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia…. per ora. Ovviamente i prodotti chiamati in causa sono di largo consumo e la qualita’ che viene contestata e’ verso il basso: stiamo parlando di roba tipo Coca-Cola, Nutella, yogurt Danone, etc. Per approfondire rimandiamo allo specifico articolo che abbiamo pubblicato oggi.
La cosa e’ grave per due motivi:
- normativa. Nonostante la commissaria europea alla Giustizia, Consumo e Uguaglianza, la ceca Vera Jourovà, prometta interventi veloci (visto anche che il suo Paese ne e’ direttamente coinvolto), sta di fatto che per ora, la regolamentazione comunitaria e’ chiara sulla sicurezza alimentare e la corretta informazione sulle etichette, ma non esiste una direttiva specifica per evitare le differenze di qualita’.
- le imprese coinvolte. Sono del calibro di cui abbiamo detto e, mentre ce ne sono alcune che negano l’esistenza di questa differenza, altre dicono di adattare i propri prodotti al gusto dei cittadini dei luoghi di destinazione o fanno notare che, anche se ci possono essere differenze, gli ingredienti degli alimenti venduti in Europa dell’est sono gli stessi degli Usa. Bella consolazione… visto che in Ue spesso ci si vanta per normative all’avanguardia rispetto agli Usa (ormoni, additivi, etc). E’ probabile che queste industrie abbiano scambiato la tavola dei consumatori europei come fosse un set televisivo, per cui la parola magica “America” tutto dovrebbe appianare.
Oltre ad aspettare che le promesse della commissaria alla Giustizia divengano realta’, sperando che qualche decisore europeo legga queste preoccupazioni ed esortazioni, ci preme sottolineare un aspetto, quello del “business food”, il capitalismo legato al mondo alimentare: senza scrupoli, “business is business”. Non basta un mondo che ecologicamente sta andando alla deriva grazie proprio alle dissennate politiche industriali di questo ultimo secolo, non basta una potenzialita’ (tecnologica e non solo) di politiche industriali ecologicamente compatibili e lungimiranti che proiettano il business oltre il proprio naso… No! Non bastano! Questi nostri industriali, inclusa l’Italia (Nutella-Ferrero) e non solo i “soliti cattivi” americani multinazionali della Coca-Cola et similia, non dimostrano di essere alleati dei cittadini-consumatori, ma loro nemici. Secondo noi le scelte di responsabilita’ non sono un aspetto marginale e legato solo all’osservanza delle normative. Trovare i “buchi normativi” (come le industrie hanno fatto nel nostro caso) in cui insediarsi e’ un pessimo segnale che le suadenti e false pubblicita’ di molte di queste industrie (si pensi a quelle che vantano il proprio impegno ambientalista) ci dimostrano che tanta strada deve ancora essere percorsa.
 
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