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Prendere sul serio gli interessi dei pesci. Appello
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Articolo di Redazione
25 marzo 2017 16:17
 
 Valutandoli per quello che sono, noi consideriamo i pesci nel nostro mondo perche’ sono destinati a morire. Con la pesca o la loro coltivazione, esercitiamo un dominio spietato su un universo ignorato, quello degli animali acquatici. Chi sono?
Poiche’ non gridano e non hanno un’espressione facciale, noi non proviamo che un minimo di empatia nei loro confronti. La loro sofferenza, spesso ancora negata, e’ invisibile. La distanza filogenetica che ci separa da loro rende piu’ difficile, e’ vero, l’individuazione della loro situazione. Le scoperte dell’etologia ci stimolano ora ad andare oltre i nostri pregiudizi.
Animali sensibili dotati di memoria
I pesci, ma anche le aragoste, le piovre, etc.. sono pertanto dotati di una sensibilita’ che permette loro di avere una esperienza soggettiva del mondo. Prima di tutto, sentono il dolore. Le trote a cui e’ stata iniettata una sostanza dolorosa sono molto agitate ma si calmano di nuovo quando si somministra loro della morfina. Numerosi pesci sono segnati per lungo tempo dalla loro sofferenza passata ed evitano i luoghi dove hanno subito delle scariche elettriche. Effettivamente, al contrario della credenza popolare, i pesci hanno buona memoria. Dopo una sola visita in mare aperto, i ghiozzi si sistemano nelle pozzanghere d’acqua fra le rocce nella marea bassa e se ne ricordano con precisione.
Inoltre, i comportamenti sociali dei pesci concernono un ambito di attivita’ e di interazioni di grande ricchezza. Essi riconoscono i loro congeneri e i membri delle altre specie e, come noi, creano legami di affinita’ con altri; i pesci meno aggressivi sono per esempio preferiti come amici.
Infine, i pesci non seguono solamente un istinto che li caratterizzerebbe fin dalla loro nascita, ma apprendono sempre e sviluppano delle specie di culture particolari. I nostri pregiudizi non possono giustificare ancor di piu’ che gli interessi di questi animali non siano presi in considerazione. E’ bene che siano riconosciuti, come esseri sensibili, dal codice rurale e della pesca marittima, e poi dal codice civile, la legislazione per proteggerli e’ inesistente.
Una vasta macelleria mondiale
Dai palangari in linea galleggianti per la pesca, passando per la pesca a strascico, i modi di catturare e uccidere i pesci sono cosi’ vari che spaventosi. Esausti per la fuga, mutilati inghiottendo ganci e schiacciati dai loro pari nelle reti, i loro organi esplodono spesso per l’effetto della decompressione che subiscono dalla brutale risalita dalle acque profonde. Per quelli che sopravvivono, c’e’ l’asfissia. Che essi facciano parte delle specie ambite dai pescatori o prigionieri "indesiderabili" delle reti di questi ultimi, la loro sorte sara’ la stessa.
Gli allevamenti di acquacoltura sono anch’essi brutali. Miliardi di pesci deperiscono rannicchiati in gabbie marine, bacini o cisterne. L’estrema promiscuita’ genera stress, frustrazione, aggressivita’, ferite, malattie e infestazione di parassiti, con un tasso di mortalita’ spaventoso che va spesso ben oltre quello dei peggiori allevamenti terrestri.
Non bisognera’ riconsiderare l’adeguatezza delle pratiche che causano un malore senza precedenti? E’ morale uccidere ogni anno, in una vasta macelleria mondiale che non ha un suo nome, migliaia di miliardi di esseri sensibili, che hanno una loro vita in un modo certamente simile alla nostra, con lo scopo di soddisfare un nostro semplice capriccio gustativo? Il fatto che ci sembrano “degli strani stranieri” e’ sufficiente a giustificare la carneficina di cui sono vittime?
La questione comincia proprio giustamente ad essere posta; noi non ci rendiamo ancora ben conto a che punto i battelli da pesca sono delle mostruose macellerie fluttuanti. La “questione acquatica” dovrebbe rapidamente diventare una delle questioni etiche piu’ pressanti, dalle ripercussioni politiche, economiche ed ecologiche cruciali. Ne e’ testimone la tenuta della prima giornata mondiale per la fine della pesca, oggi 25 marzo 2017.
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firmatari dell’appello
Jonathan Balcombe, etologo americano, autore del libro “What fish knows;
Aurélien Barrau, astrofisico, professore ll’Universita’ di Grenoble-Alpes, Centre national de la recherche scientifique;
Tanja Breining, dottore in biologia marina (Germania);
Culum Brown, professore di biologia e cognizione dei pesci all’Universita’ Macquarie (Australia), assistant editor del “Journal of Fish Biology”;
Stevan Harnad, professore di scienze cognitive all’Universita’ del Québec à Montréal; 
Philippe Léna, geografo e sociologo, direttore delle ricerca emerita a l’Institut de recherche pour le développement, presso il Museum national d’histoire naturelle; 
Thomas Lepeltier, storico e filosofo delle scienze;
Joël Minet, biologo, professore al Museum national d’histoire naturelle;
Peter Singer, filosofo, professore all’Universita’ di Princeton (Usa);
Dinesh Wadiwel, sociologo, direttore dei Masters Human Rights all’Universita’ di Sydney (Australia), autore dell’articolo “Do fish resist?”

(articolo pubblicato a firma “un Collettivo di ricercatori” sul quotidiano Libération del 25/03/2017)
 
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