Perché aumentano le bollette di gas e luce?

È stato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani il primo nel governo ad annunciare il prossimo rincaro delle bollette, dopo che negli ultimi mesi economisti e analisti avevano già fatto diverse previsioni. «Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, il prossimo trimestre aumenta del 40%, queste cose vanno dette», ha spiegato Cingolani. «Succede perché il prezzo del gas a livello internazionale aumenta, succede perché aumenta anche il prezzo della CO2 prodotta».

A inizio ottobre sapremo con certezza quanto pagheremo di più, quando l’Arera – l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente – stabilirà nel suo aggiornamento trimestrale a quanto ammonta l’aumento. Intanto al Tesoro si sta già lavorando a una misura che possa ridurre l’impatto dei rincari delle materie prime sulle bollette.

Lo scorso trimestre il prezzo dell’elettricità in Italia era aumentato del 20%. Tanto che il governo italiano era già intervenuto a luglio stanziando 1,2 miliardi di euro per mantenere l’incremento dei prezzi delle bollette al di sotto del 10%. Secondo gli ultimi dati Istat, ad agosto i prezzi accelerano sia per i combustibili, che aumentano del 12,8% rispetto a un anno fa, sia per energia elettrica e gas, più alti del 34,4%.

Il problema dell’aumento del prezzo di luce e gas non riguarda solo l’Italia, ma tutta Europa. Ed è dovuto sia all’aumento dei prezzi delle materie prime, sia alla crescita dei costi per le aziende che producono energia. Non a caso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato nel suo discorso sullo stato dell’Unione un nuovo Fondo sociale per il clima, per far fronte alla povertà energetica di cui già soffrono 34 milioni di europei. «Imporremo un prezzo all’inquinamento. Renderemo pulita l’energia che utilizziamo. Avremo auto più intelligenti e aeroplani più ecologici. E ci adopereremo perché a obiettivi climatici più ambiziosi corrispondano obiettivi sociali più ambiziosi. La transizione verde deve essere equa».
Perché si verificano rincari così alti? Non c’è una sola ragione: c’entra la transizione ecologica, ma anche gli strascichi della pandemia e le tensioni geopolitiche.

Il blocco della pandemia 
Dopo un periodo di rallentamento dovuto alla pandemia, le attività produttive hanno ripreso – prima in Cina e poi nel resto del mondo – determinando un rapido aumento della domanda per le materie prime, difficili da reperire sia per problemi di disponibilità sia di trasporto. Compresi i semiconduttori «quei minuscoli chip che fanno funzionare tutto: smartphone, scooter e monopattini elettrici, treni o intere fabbriche intelligenti» che la presidente von der Leyen vuole far produrre in Europa, senza dipendere dalla Cina.

Questi problemi hanno coinvolto anche le materie prime con cui si produce la maggior parte dell’energia in Europa: il prezzo del petrolio è aumentato del 200% dalla primavera del 2020 e quello del gas naturale del 30% solo nel secondo trimestre del 2021.
A questo si aggiunge il fattore meteo. La primavera è stata particolarmente fredda, con temperature più basse della media fino a maggio, mentre l’estate è stata molto calda. Cosa che ha fatto lievitare anche il prezzo del gas, la cui domanda è aumentata prima per il riscaldamento domestico e poi per produrre l’energia per compensare la domanda crescente di elettricità destinata ad alimentare i condizionatori.

I costi della C02
Un altro fattore poi è l’aumento dei prezzi dei permessi per emettere anidride carbonica, che le aziende in Europa si scambiano attraverso l’Emission trading system. Il sistema di emissioni “a quote” stabilito dall’Unione europea si basa su un principio: le grandi aziende di tutta Europa devono pagare per poter inquinare. Ma le emissioni si possono anche scambiare tra le aziende (metodo “cap-and-trade”): se un’azienda inquina di più di quanto previsto, compra altri permessi, aggiungendo quindi un nuovo costo, mentre chi riesce a ridurre le emissioni può venderle.
Le aziende più inquinanti devono quindi acquistare altri permessi se vogliono continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni. Le aziende più “pulite” possono vendere le quote inutilizzate. Una forma di tassazione ambientale, che ha l’obiettivo di rendere quindi sconveniente l’utilizzo di energia da fonti fossili, favorendo il passaggio a forme di energia più pulite, come quelle rinnovabili.

Ogni Stato dell’Unione europea in questo modo incassa proventi maggiori o minori dalla vendita delle quote di emissione a seconda della fonte di energia più utilizzata per la produzione di energia elettrica – come spiega StartMag. La Polonia, ad esempio, è quella che ottiene le entrate maggiori perché le sue società energetiche utilizzano principalmente il carbone. Segue la Germania con il 16,6% perché ricorre al carbone e al gas. In Italia il gas naturale occupa una quota molto rilevante – il 40% – nel mix elettrico: per questo è al quarto posto nella classifica (8,3% del totale), preceduta dalla Spagna. La Francia ricava invece molto poco dalle quote (meno del 5% del totale) perché il nucleare ha un peso rilevante nella generazione di energia elettrica.

Ora, visto che le politiche ambientali, sempre più restrittive, hanno fatto aumentare la domanda di quote, si sta verificando un boom dei prezzi, che sono ai massimi storici, intorno a 50 euro per tonnellata di anidride carbonica. Così può succedere che le aziende recuperino questo costo sulla bolletta energetica e quindi sulle tariffe dei consumatori.

L’aumento del gas e la Russia
Secondo l’Arera, il prezzo del gas del terzo trimestre 2021 «risulta in aumento di circa il 50% rispetto a quello utilizzato per l’aggiornamento del secondo trimestre 2021». Si preannuncia quindi un forte aumento in bolletta per il gas. Perché?
Anzitutto perché, come dicevamo, la maggior parte del fabbisogno energetico in Italia viene coperta con il gas. Che, nonostante sia una delle fonti meno inquinanti, rimane comunque una delle più care a causa dei costi di importazione. E qui nascono i problemi maggiori.
Oltre agli intoppi nei giacimenti del Mare del Nord che hanno ridotto la disponibilità del gas prodotto in Europa e il progressivo esaurimento di uno dei più importanti giacimenti nei Paesi Bassi, va aggiunto anche il fatto che l’Asia sia stata la prima a ripartire con l’economia. E così le navi sono partite prima verso Cina e Giappone e dopo verso l’Europa.

Inoltre, sono calate le esportazioni della Russia verso l’Unione europea, a causa delle tensioni politiche nel raddoppio del gasdotto North Stream. I volumi attraverso questa rotta hanno iniziato a diminuire alla fine di luglio e sono precipitati dopo un incendio in una struttura di Gazprom in Russia all’inizio di agosto. A poche settimane dall’inizio dell’accensione dei riscaldamenti, insomma, le scorte europee sono in calo di circa il 20%.
Nel frattempo, però, è stato annunciato il completamento di Nord Stream 2. Gazprom, la principale azienda energetica russa, dovrebbe iniziare a fornire gas alla Germania attraverso il nuovo gasdotto a ottobre. La costruzione doveva terminare nel 2019, ma è stata ritardata per l’opposizione degli Stati Uniti, che hanno criticato il progetto perché renderebbe l’Europa troppo dipendente dalla Russia per il suo approvvigionamento energetico. A luglio Washington e Berlino hanno annunciato poi un accordo in cui si sono impegnate ad adottare misure nel caso in cui la Russia tentasse di utilizzare l’energia come arma o commettesse ulteriori aggressioni contro l’Ucraina.

(da Linkiesta del 16/09/2021)
 

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